Ai chavisti piace l’electrocaribe

Se avete in casa ragazzini annoiati con attitudine artistica e sogni da pop star, ma stesi sul divano, mandateli qui. Ve li rispediranno nuovi. L’indirizzo è Avenida Intercomunal, Settore Longaray, 300 metri dopo la stazione dei pompieri del Distrito Capital, Parco Culturale “Tiuna El Fuerte”, gruppo di container verdi, El Valle, Caracas, Venezuela. Non proprio in centro. El Valle è un quartiere caraqueño di classe medio-bassa. Un intreccio di autostrade cittadine avvolte dal frastuono del traffico e nemmeno un marciapiede. di Angela Nocioni
8 AGO 20
Immagine di Ai chavisti piace l’electrocaribe
Se avete in casa ragazzini annoiati con attitudine artistica e sogni da pop star, ma stesi sul divano, mandateli qui. Ve li rispediranno nuovi. L’indirizzo è Avenida Intercomunal, Settore Longaray, 300 metri dopo la stazione dei pompieri del Distrito Capital, Parco Culturale “Tiuna El Fuerte”, gruppo di container verdi, El Valle, Caracas, Venezuela. Non proprio in centro.

El Valle è un quartiere caraqueño di classe medio-bassa. Un intreccio di autostrade cittadine avvolte dal frastuono del traffico e nemmeno un marciapiede. “Tiuna El Fuerte”, da non confondere col Forte Tiuna che è un autentico forte militare pieno di allievi cadetti e saluti alla bandiera, è il tempio delle urban arts. Novemila e novecento metri quadri di graffiti, laboratori fotografici, hip hop, new rock, reggae, rap, afroelectrocaribbean music, tutti i ritmi metropolitani possibili: dalla ormai vintage break dance ai voli d’angelo delle ultime danze d’asfalto. Tutto gratuito. Sale prova e studi di registrazione musicali a disposizione. Attrezzati con i migliori apparecchi importabili in dollari americani e allestiti dentro container industriali per il trasporto merce appoggiati sul vecchio spiazzo che una volta serviva alla scuola guida della Metrobus di Caracas.

Quando, una decina di anni fa, i fratellini Figueroa si inventarono “El Tiuna”, si trattava di una caraibica edizione di centro sociale autogestito da un gruppetto di ragazzini ambiziosi. Piccolo e povero, ma mai sfigato, perché l’allure del successo è il Dna di questo posto. Ora “El Tiuna” è la perla delle scuole di musica dei Caraibi. E la migliore carta di propaganda politica della Revolución che, smesso di temere le lunghe dread, l’iniziativa individuale e l’andatura poco marziale dei suoi ideatori, li ha arruolati a tempo pieno nella propaganda di governo. “Tiuna el Fuerte” e la sua crew – con la brutta aria che tira in Venezuela tra inflazione al 56 per cento, università in rivolta e una economia socialista che fa acqua da tutte le parti nonostante i proventi del petrolio – sono i migliori ambasciatori nel mondo di quel che resta del chavismo al governo senza Chávez. “Bituaya” si chiama la band leader del posto, dal nome creolo della verdura di scarto che resta a terra alla fine dei mercati, quella che portano a casa i mendicanti rovistando nei cassonetti. Lo stile electrocaribe dei Bituaya piace molto nei festival nordamericani, il gruppo è invitato fisso al South by Southwest, evento che da trent’anni chiama Austin, in Texas, i talenti di musica urbana del momento.

Ma i musicisti dei Bituaya sono soprattutto gioielli da export per il Venezuela chavista che li spedisce su rotte internazionali delicate, dalla Cina all’Iran. Non sono tournée, sono missioni diplomatiche. Rappresentanza politica di bella presenza, quella del Tiuna. Per dirne una, la ministra dello Sport del governo Maduro, la statuaria campionessa olimpica di scherma Alejandra Benítez, viene da qui. E le delegazioni di ospiti illustri, quelle che ai tempi d’oro del chavismo venivano portate in pellegrinaggio nelle assemblee di base delle baraccopoli, ora che in quelle assemblee si mastica amaro e si spacciano dollari al cambio nero, da qualche settimana vengono dirottate su una passeggiata alternativa nel dread style di “Tiuna el fuerte”. Il mese scorso Maximilien Arvelaiz, il consigliere per gli Affari internazionali del presidente della Repubblica, si è infilato il giacchetto di pelle e ha portato al Tiuna Danny Glover, uno degli attori filochavisti del giro americano, coccolati come figli unici di madre vedova, accompagnato da Ignacio Ramonet con amici al seguito. Tutti entusiasti delle urban arts del Tiuna. Segno che la grande truppa della stampa e propaganda non sa più a quale santo votarsi.

[**Video_box_2**]Consapevole della forza mediatica di questi ragazzetti capaci su Twitter e su Instagram come sul palco centrale dei grandi concerti, il governo chavista li ha sussunti e arruolati nella guerra del momento: quella contro il reaggaeton, la musica del nemico. Il reggaeton è additato come la colonna sonora degli accampamenti di protesta pieni di studenti dell’opposizione (“escualidos contrarrevolucionarios”, secondo il lessico del chavismo militante che non ha battuto ciglio la settimana scorsa alla notizia della retata contro 200 ragazzi). Ereditata dal rap la vocazione alla denuncia e al dissenso, il reggaeton è diventato il ritmo del malessere politico. Unisce spesso alle basi del raggae testi di militanza antichavista. Parla di censura, di fame, di sobborghi fetidi e di sesso. E deride il governo. I chavisti doc dicono che questa è una lettura maliziosa e malinformata delle agenzie di stampa internazionali e che gli “escualidos” ascoltano molto altro oltre al reggaeton, soprattutto musica nordamericana e salsa di Porto Rico. Fatto sta che Nicolás Maduro, ben consigliato da pazientissimi consulenti politici, ha evitato di esporsi personalmente contro il popolarissimo ritmo e ha preferito scagliargli contro il tribunale supremo, massimo organo di giustizia. Accogliendo il ricorso di un avvocato che lamentava l’esaltazione della pornografia nelle parole di una canzone in voga, il tribunale ha dato facoltà alla Conatel, l’ente statale delle telecomunicazioni, di esaminare i testi delle canzoni trasmesse per radio, limitarne l’ascolto e multare i colpevoli quando lo ritenga necessario. E’ una censura da ridere, in YouTube i pezzi vietati sono già cliccatissimi. Però il divieto esiste. In cima alla lista nera ci sarebbe un certo “Arcángel La Maravilla”, un mulatto con occhioni a mandorla e fisico da atleta che su un palco di Washington ha sputato veleno contro il governo. “I fratelli venezuelani toglieranno quel figlio di puttana da lì” è una delle frasi incriminate perché, si suppone, rivolta a Maduro.

Il reggaeton, già da anni musica del dissenso anticastrista nei quartieri bassi (e nascosti ai turisti) dell’Avana, è ascoltato con tanto sospetto quanto coperto d’oro è diventato l’hip hop-rap-electrocaribe del momento. A rinsaldare i legami con l’Iran, per esempio, che investe un patrimonio nelle costruzioni civili in Venezuela, sono stati mandati l’inverno scorso non diplomatici di mestiere, ma i Bituaya (tornati con tanto di video girato durante le preghiere a Teheran).

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Quartiere Manicomio, undici di sera, profumo di yuca fritta e ombre che scivolano lungo i muri. Il palco tirato su in mezz’ora, un lenzuolo bianco a far da schermo e un groviglio di fili che arriva fin sotto il cancello dell’unico edificio a due piani della zona: l’ex ospedale psichiatrico che dà il nome all’isolato. Dietro la porta, vecchie barelle accatastate alla parete. Fuori, oltre le grate di ferro illuminate da una luce al neon, gli amplificatori di un concerto rap.

Cosa ci fanno trecento ragazzini scalmanati, catene d’argento al collo ed enormi scarpe da ginnastica ai piedi, nel parcheggio dell’ex manicomio? “Rivoluzione culturale” risponde un tipo tutto piercing e tatuaggi mentre, arrampicato su una scala, tenta di allacciare il cavo della consolle a un filo che pende dall’alto distribuendo scintille. E’ la moda underground venezuelana: concerti rap e hip hop nei quartieri off limits di Caracas. Il manicomio, Pinto Salinas, la parte alta di Petare: regno di narcos e trafficanti vari, porzioni di città organizzate in fortini dove non osa entrare nemmeno la polizia. Sono diventati cornici di improvvisati eventi musicali metropolitani. Che poi di improvvisato hanno solo l’apparenza. Li finanzia il governo, una volta il ministero degli Esteri, una volta il ministero della Pesca. Misteriosamente, quello della cultura quasi mai.

La rivoluzione annaspa nella crisi economica, da aprile sono cominciati anche i razionamenti d’acqua, quelli di elettricità sono ormai un’abitudine. I voti della periferia urbana povera e giovanissima non sono mai troppi. Per sedurre gli under 30 dei ‘ranchitos’, le baraccopoli in cui vive la metà degli abitanti della capitale, si è scelto il rap, l’hip hop, e l’electrocaribe made in Tiuna. Dove non arriva con la martellante propaganda televisiva, con l’assistenza sanitaria garantita dai medici cubani, con i programmi d’alfabetizzazione e con i corsi gratuiti di informatica (Linux, no Microsoft) la Revolución conta d’arrivare con il ritmo graffiato dei sobborghi.

Ernesto e Piki Figueroa sono i creatori del Tiuna. Se a qualcuno Nicolás Maduro può fare un monumento è a questi due musicisti dal pedigree politico impeccabile, cresciuti a pane e guevarismo.
Ernesto e Piki sono chavisti della primissima ora. Mamma e papà vengono dal partito armato degli anni Sessanta dell’estremo est venezuelano, stato di Falcon, Caribe duro e puro. Lei, bellissima, in famiglia la chiamano “la Comandanta”. Entrambi pezzi da novanta del gruppo di Douglas Bravo, il capo guerrigliero d’ultrasinistra che quarant’anni fa preparava la rivoluzione dalla montagna e che, dopo l’ascesa di Chávez al potere nel ’98, prima si mostrò interessato, poi scettico, infine apertamente critico. Ernesto e Piki hanno studiato musica un po’ a Caracas e un po’ all’Avana. In pochi anni sono diventati le stelle più brillanti dell’underground caraqueño.

“Contattiamo i rapperos dei quartieri peggiori, gli proponiamo di suonare in strada, nel posto più difficile del barrio – racconta una delle voci del gruppo – loro parlano con i capi della mala, che conoscono da sempre perché lì sono nati e cresciuti. Spiegano che vorrebbero un giorno di tregua per far festa, per far conoscere ai vicini la loro produzione. I ‘malandros’ finiscono quasi sempre per occuparsi del servizio d’ordine, il che garantisce sicurezza a tutti. E per un giorno invece delle pistole la gente del quartiere ascolta musica”.

Il governo mette i soldi e la logistica. Ma guai a dire ai fratelli Figueroa che sono i cantori del chavismo. La prendono malissimo. “Non facciamo propaganda – giurano – facciamo politica dal basso. Questa è la nostra città. Prima di Chávez la polizia ci sparava, ora ci fa il servizio di sicurezza ai concerti. Siamo musicisti e con la musica vogliamo liberare spazi”. Dai microfoni dei loro palchi si dichiara “temporaneamente autonoma la zona”, si invita a “usare la telecamera, non la pistola” e mentre graffitari armati di bombolette spray dipingono muri e filmano videoclip che poi verranno trasmessi dai canali televisivi statali, il quartiere si affaccia alla finestra e assiste a un saggio della produzione musicale locale. Che è ricca assai. Oltre duecento gruppi professionali solo a Caracas.

Età media 20 anni. Dai bassi esasperati e il look heavy dei Realengos, ai pezzi naïf dei Santos Negros. Dai testi sconosciuti dei La Saga, ai volti quasi noti degli Ido Family, divetti metropolitani firmati Nike dalla testa ai piedi. Il loro leader al debutto si chiamava Bambino. Faccia da pupone cattivo, abbigliamento Michael Jordan e una raffica di slogan anti violenza: “Buttate le pistole in mare e cominciate a ballare”. L’aria è quella truce delle gang più dure, ma i testi sono innocui: “Fuma marijuana, scorda la violenza, abbandona il pusher, trovati una bionda”.

Sabato pomeriggio alla “23 de enero”, il quartiere alveare che fa da ponte levatoio tra la città ufficiale e Catia, nome indio della baraccopoli che si estende per chilometri sopra i tetti della parte ovest della capitale. Costruita negli anni Cinquanta per le famiglie dei militari, la “23 de enero” fu occupata dalla resistenza vittoriosa al governo di Pérez Jiménez. Ora ci vive una varia umanità. I quadri poveri del chavismo e i Tupamaros, banda di incappucciati che organizza l’autodifesa del quartiere e che, denuncia l’opposizione, forma le squadracce del governo. La polizia gira alla larga. “Glielo dicevamo sempre al presidente Chávez – racconta uno dei producers – la ricetta è ‘la revolución en la revolución’. Solo così ci si salva”. Una volta gliel’hanno detto davvero. Fu al debutto del programma di alfabetizzazione di massa Misión Robinson, un cavallo di battaglia del defunto presidente venezuelano.
Glielo urlarono al microfono durante uno dei tanti eventi organizzati del chavismo di base, dopo una lunga marcia filogovernativa dal palazzo presidenziale di Miraflores al teatro Teresa Carreño. Chávez aveva appena terminato uno dei suoi torrenziali discorsi. Il teatro era stracolmo. Tutti i ministri in prima fila. Una folta schiera di generali. Appena sfumata l’ultima nota di Misión Robinson, la colonna sonora della campagna di alfabetizzazione (rap, salsa e hip hop mescolati a ritmi afrovenezuelani classici) qualcuno tra i musicisti prese il microfono con un sussurro: “Stai attento presidente, guardati da chi hai intorno, tra i profeti c’è sempre un Giuda”. Gelo in sala. I militari tesissimi. Chávez restò impassibile qualche secondo e poi iniziò ad applaudire da solo: “Me gustan estos muchachos”. Tre ore dopo partì l’ordine da Miraflores: “Dite a quello lì con i capelli lunghi di prepararmi un’altra canzone, voglio una Misión Robinson 2”. Da allora l’electrocaribe della Caracas underground è diventato immagine di governo. E i container colorati di “Tiuna el fuerte” sono la sua vetrina.
di Angela Nocioni